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Il rapporto con il maestro spirituale Come costruire una relazione sana
Il rapporto con il maestro spirituale
di Alexander Berzin (Ubaldini, 2001)

In questo straordinario libro, la relazione tra maestro e ricercatore spirituale viene sondata nei suoi molteplici aspetti, da quello proprio di ogni rapporto guida-discepolo alle incomprensioni culturali che possono insorgere tra orientali e occidentali.

Nella sua lucida analisi, Alexander Berzin attinge a un complesso repertorio di strumenti interpretativi, dalle fonti della letteratura buddhista classica alla psicologia moderna, dall'esuberanza immaginifica della cultura tibetana all'esperienza personale. Ed è grazie a tali strumenti che luce è gradualmente fatta su chi possa a ragione esser definito una guida spirituale, su chi sia un vero "ricercatore", a quale stadio del sentiero sia opportuno instaurare un rapporto tra i due, su che cosa questo rapporto comporti e come vada coltivato, e di converso su quali fraintendimenti e irrealistiche aspettative si corra il rischio di farlo naufragare.

In ultima analisi, suggerisce Berzin, sono proprio gli insegnamenti buddhisti "il luogo migliore in cui cercare un orientamento generale" alla revisione del rapporto maestro-discepolo, a partire da una rettificazione e da una migliore comprensione dei termini che, in sanscrito e in tibetano, designano le due parti coinvolte nel rapporto. Si scoprirà così che, alla radice di entrambi i "percorsi" e del loro intreccio, vi è il concetto chiave di "comportamento costruttivo", ovvero la capacità di discriminare tra i benefici derivanti da un atteggiamento positivo (l'estinzione di afflizioni mentali quali l'attaccamento, l'avversione e l'ignoranza; lo sviluppo di bodhicitta , o la mente volta all'illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri; una sempre più profonda comprensione della realtà e della legge comportamentale di causa ed effetto) e gli effetti distruttivi di tutto ciò che provoca sofferenza a se stessi e agli altri. I maestri spirituali sono dunque "amici costruttivi" (dal tibetano gewa ), "amici di ciò che è costruttivo", o "che guidano gli altri a un comportamento costruttivo", mentre il discepolo è un getrug , ovvero un "bambino" (dal tibetano trug , da intendere come colui che è ai primi passi sul sentiero spirituale piuttosto che in senso strettamente anagrafico) educato dal maestro spirituale a un atteggiamento costruttivo (dal tibetano ge ).

A partire da queste prime chiarificazioni concettuali muove il lungo e affascinante viaggio di Berzin attraverso i diversi stadi che portano il discepolo occidentale a riconoscere e a rapportarsi al proprio maestro - una figura che, a prescindere dalla cultura d'origine, ben poco ha a che spartire con il "confessore", lo psicoterapeuta o un "deus ex machina" dotato di straordinari poteri.

E difatti, nella tradizione buddhista, esistono dei prerequisiti in assenza dei quali l'aspirazione ad instaurare un rapporto con un maestro spirituale si rivela prematura, velleitaria o mal riposta. Innanzitutto, il discepolo deve aver riconosciuto la sofferenza come condizione intrinseca della propria esistenza e aver sviluppato il desiderio di superarla, nelle sue forme più o meno grossolane, prendendo rifugio nel Buddha, nel Dharma e nella comunità spirituale; deve aver acquisito una conoscenza di base degli insegnamenti buddhisti riguardo a ciò che occorre coltivare o evitare al fine di ridurre ed eliminare questa stessa sofferenza; oltre ad aver raggiunto una comprensione almeno intellettuale della dottrina buddhista del ciclo delle rinascite, poiché solo attraverso tale comprensione (e la disponibilità ad accettare un'idea così aliena alla nostra cultura) è possibile superare l'attaccamento "che ci porta a privilegiare la vita attuale" e il nostro personale interesse.

Non solo. Prima di mettersi alla ricerca di un maestro, il discepolo deve sottoporre a un vaglio sincero e profondo la motivazione, gli obiettivi e la concreta disponibilità con cui si sta accostando al sentiero spirituale. In un certo senso, osserva Berzin, "più dell'intelligenza, al potenziale discepolo occorrono un buon carattere e un cuore gentile"; e difatti, "il motivo principale per cui abbiamo bisogno di un maestro è che tocchi il nostro cuore", da cui la centralità del concetto buddhista di ispirazione (dal sanscrito adhistana , ovvero elevazione, innalzamento) e l'importanza, nelle pratiche rituali del guru yoga di tutte le tradizioni tibetane, di richiedere al proprio maestro l'energia ispiratrice e trasformatrice.

Altrettanto centrale, nel rapporto tra guida e ricercatore spirituale, è il concetto di "amicizia" (dal sanscrito maitri ): nella tradizione buddhista è "amico" colui che è animato dal desiderio disinteressato che gli altri siano felici e possiedano le cause della felicità, e "in presenza del quale (o pensando al quale) ci vergogneremmo di agire, parlare o pensare in modo distruttivo". E ancora, il maestro spirituale viene paragonato a una "guida per percorrere una strada ignota", a una "scorta per compiere un viaggio pericoloso", a un "traghettatore per attraversare un grande fiume", a una "lente di ingrandimento" che concentra i raggi solari (l'ispirazione dei Buddha) affinché i ramoscelli secchi (i discepoli) possano prendere fuoco.

Tutte queste analogie ci parlano dell'importanza del maestro, figura imprescindibile nel processo di crescita spirituale. Non senza, tuttavia, richiamare costantemente il discepolo alle proprie responsabilità, sensibilità e capacità di discernere e valutare. Il Buddha stesso disse: "Non accettate il mio dharma solo per rispetto nei miei confronti, ma analizzatelo ed esaminatelo, così come l'orafo analizza l'oro, lucidandolo, incidendolo e fondendolo". E d'altra parte, come osserva Shantideva, "senza vedere il bersaglio, un arciere non può centrarlo". Sarà dunque solo dall'intuizione e dalla comprensione del ricercatore spirituale che prenderà realmente avvio il viaggio verso un'esistenza gioiosa. E difatti, ritornando alla metafora della lente di ingrandimento, il fuoco nasce tanto dall'energia incanalata dei raggi solari quanto dalla potenzialità dei ramoscelli secchi di ardere.

È così che il discepolo maturo eviterà di sviluppare una dipendenza eccessiva dalla propria guida spirituale; di cadere in meccanismi patologici di regressione e transfert; di praticare al fine esclusivo di ottenere l'approvazione e la ricompensa di "un'autorità superiore che emetta giudizi"; di pretendere una risposta immediata o ogni domanda.

Al contrario dell'etica occidentale, che si fonda sul rispetto di leggi prescritte da Dio o dall'uomo, l'etica buddhista "non implica i concetti di obbedienza e giudizio morale. Siamo noi stessi a causare le nostre sofferenze. Il Buddha non ha creato le leggi del karma, né ha proibito ad alcuno di agire in modo distruttivo. Negli insegnamenti sul karma e sulla disciplina morale, ha semplicemente stabilito quali azioni producono risultati dannosi per noi stessi e apportano, in forma diretta o indiretta, sofferenza agli altri. Ciascuno deve ricorrere alla propria consapevolezza discriminante per decidere come comportarsi".

In un certo senso, il libro di Berzin ci offre una guida preziosa tanto per instaurare un rapporto sano ed equilibrato con un maestro spirituale, tibetano o occidentale che sia, quanto per ritrovare e coltivare dentro di noi il maestro interiore.
(Simona Bodo)




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