
di Thich Nhat Hanh (Ubaldini, 1994)
Forse nessun senso ha la qualità immediata di mettere in relazione e trasformare propria del tatto. "Quando sentiamo dolore, è meraviglioso toccare ciò che duole con compassione"; allo stesso modo, se impariamo a entrare in contatto con la pace che è intorno a noi e dentro di noi, se impariamo a toccarla, "saremo guariti e trasformati". Come? Camminando sulla terra, suggerisce il maestro zen Lin Ci: perché "la nostra vera casa è il momento presente. Vivere nel momento presente è un miracolo. Miracolo non è camminare sull'acqua. Il miracolo è camminare sulla Terra".
Questo piccolo, delizioso libro del monaco vietnamita Tich Nhat Hanh è un inanellarsi di "cammei" sul potere taumaturgico della consapevolezza, da quella che mettiamo nel semplice atto di bere una tazza di tè a quella che accendiamo come una luce sul rapporto con noi stessi e con chi ci sta accanto.
Toccare la pace altro non significa che questo: aprirsi, in ogni momento e in ogni situazione, qui e ora, al miracolo dell'esistenza.
Sebbene agli occhi di un disincantato lettore occidentale le indicazioni di Tich Nhat Hanh possano apparire ingenue e irrealizzabili, ognuna di esse contiene una acuta e profonda verità. "La consapevolezza è qualcosa in cui si può credere", "la nostra capacità di essere attenti a ciò che sta accadendo nel momento presente" e "il fondamento di tutti i precetti". Di fatto, solo dalla comprensione che nasce dalla consapevolezza potremo sapere quali azioni intraprendere per affrancarci dall'esistenza ciclica, che si nutre della nostra stessa paura.
Molto spesso, "per impedire che le energie sgradevoli e distruttive continuino a operare" è sufficiente fermarsi. Quando, meditando, pratichiamo la respirazione consapevole, sediamo solidi come una montagna, limpidi come la superficie immota di un lago, freschi come la corolla di un fiore, liberi come lo spazio. Scopriremo allora che "siamo più forti del nostro pensiero; siamo molto di più delle nostre emozioni".
Un altro modo di sconfiggere la nostra paura - soprattutto in una delle sue forme più sottili e insidiose, ovvero l'ossessione per la meta, per il risultato, per il "se solo fossi" o il "se solo avessi" - è comprendere "che siamo già arrivati, che non c'è bisogno di andare in un altro posto, che siamo già qui". La pratica della meditazione camminata è un buon metodo per smettere di combattere e ancorarci al momento presente: "se la Terra è bella, verde e fresca, oppure arida e infuocata, dipende dal nostro modo di camminare".
Secondo la psicologia buddhista, la nostra coscienza è suddivisa, come una casa a due piani, nella "coscienza mentale" e nella "coscienza deposito". In ultima analisi, la qualità della nostra vita dipende dalla qualità dei semi contenuti nella "coscienza deposito" (tutto quanto abbiamo detto, fatto, percepito) e dalla buona circolazione delle nostre forme mentali tra di essa e la "coscienza mentale". Ora, come possiamo esercitare la consapevolezza in relazione a queste due coscienze? In primo luogo, riconoscendo e annaffiando i nostri semi migliori non appena emergono dal magazzino; la consapevolezza, infatti, "è un importante agente di trasformazione e guarigione, ma il seme della consapevolezza è seppellito sotto molti strati di distrazione e di dolore da molto, molto tempo".
In secondo luogo, possiamo osservare profondamente la natura dei semi più dolorosi nel momento in cui bussano alla porta del nostro soggiorno (la "coscienza mentale"), invece di reprimerli. Infine, praticando il "guardare in profondità", ci rendiamo conto di come la sofferenza sia una questione non solo individuale, ma anche e soprattutto universale.
"Guardando in profondità per poter scoprire il nostro vero sé, ci rendiamo conto che ciò che chiamiamo 'io' è costituito interamente da elementi di non-io. Il nostro corpo e la nostra mente hanno le loro radici nella società, nella natura e in coloro che amiamo". Non a caso, la base etica per una vita felice consiste nel coltivare un senso di responsabilità nei confronti di tutto ciò che ci circonda - ciò che, di nuovo, può avvenire solo grazie al potere trasformatore della consapevolezza.
"Quando toccate una cosa con profonda consapevolezza, toccate tutte le cose. Lo stesso vale per il tempo. Nel toccare un istante con profonda consapevolezza, toccate ogni istante": presente, passato e futuro. In una splendida immagine, Tich Nhat Hanh assimila la persona senza radici a uno spirito affamato. Ma "non abbiamo scelta: dobbiamo entrare in contatto con le radici presenti in noi stessi", per quanto cariche di dolore. "Dobbiamo vivere in modo tale da permettere agli antenati presenti in noi di essere liberati", perché solo così potremo riconciliarci con il nostro presente e piantare i semi per la felicità e la pace delle generazioni future.
Consapevolezza e pratica meditativa possono dunque insegnarci a toccare e trasformare la sofferenza, a trovare rifugio nella nostra isola interiore e nella comunità spirituale di cui facciamo parte. "Ma il livello di liberazione più profondo", ci ricorda Tich Nhat Hanh, "è la comprensione del nirvana". Viviamo di fatto in due dimensioni esistenziali, che dovremmo ugualmente giungere a toccare. "Una è paragonabile a un'onda, e viene chiamata 'dimensione storica'. L'altra è paragonabile all'acqua, e viene chiamata 'dimensione assoluta', o nirvana. Normalmente non tocchiamo che l'onda, ma se scopriamo come toccare l'acqua, otteniamo il frutto più elevato della meditazione".
Nella prima dimensione dimorano tutti i concetti, dalla nascita alla morte, dall'essere al non essere, dal sorgere allo svanire; nella seconda - che, diversamente da quanto si crede, è alla portata di tutti, qui e ora -, questi concetti cessano non tanto di "esistere", quanto di sballottarci senza tregua come un mare in tempesta. "Ricorriamo alla pratica per trovare un conforto nella dimensione storica. ma quando tocchiamo la dimensione assoluta della realtà otteniamo la liberazione più profonda". Come? Comprendendo che "la vita è continuazione", interdipendenza, e che "l'uno contiene il tutto". Persino il giorno da noi più temuto, quello della nostra morte, "è il giorno della nostra continuazione in molte altre forme". Nel momento in cui riusciamo a toccare questa dimensione assoluta, nulla potrà farci più paura. Il che ci porta a dischiudere una terza sfera, quella dell'azione. Coloro che hanno conosciuto la dimensione assoluta continueranno a ritornare nella dimensione storica per poter essere d'aiuto agli altri, trasformare la sofferenza e offrire conforto. Non è necessario scomodare la paradossale figura del bodhisattva per comprendere quanto questa capacità di dimorare in entrambe le dimensioni rappresenti un'opportunità per ciascuno di noi.
(Simona Bodo)