
di Thich Nhat Hanh (Ubaldini, 1992)
Questo incantevole libro sulla vita di Siddharta Gautama, meticolosamente ricostruita dal monaco vietnamita Thich Nhat Hanh in base ai testi canonici pali e cinesi, non può essere raccontato: va letto e vissuto. Vi riecheggiano infatti in tutta la loro straordinaria forza gli insegnamenti originari del Buddha, al di là delle divisioni settarie e del dogmatismo da cui il Maestro sempre mise in guardia i suoi discepoli e tutti coloro che si incamminavano sul sentiero. "Credere in una dottrina significa perdere la libertà. Diventando dogmatici, si pensa che la propria dottrina sia l'unica giusta e si accusano le altre di eresia. L'attaccamento alle opinioni è il massimo ostacolo al sentiero spirituale. Benché il mio insegnamento non sia un dogma né una dottrina, certo alcuni lo intendono così. Devo spiegare chiaramente che insegno un metodo per sperimentare la realtà, e non la realtà medesima, così come un dito che indica la luna non è la luna. Una persona intelligente seguirà la direzione indicata dal dito per vedere la luna, ma chi vede soltanto il dito e lo scambia per la luna non vedrà mai la luna reale. Io insegno un metodo da mettere in pratica, non qualcosa in cui credere o da adorare. Il mio insegnamento si può paragonare a una zattera che serve ad attraversare il fiume.
Solo uno stolto rimarrà abbarbicato alla zattera una volta che sia approdato all'altra sponda, alla sponda della liberazione". Non sembra potervi essere migliore guida alla lettura degli insegnamenti del Buddha di queste parole.
E poi, naturalmente, la poesia con cui Thich Nhat Hanh non solo ricostruisce, ma racconta e fa rivivere la straordinaria storia del Risvegliato, che si snoda attraverso quattro diverse voci narranti: quella dello stesso Siddharta, ma anche dei discepoli Ananda e Assaji e, non ultima, quella di Svasti, un giovane intoccabile. È proprio dalla storia di quest'ultimo che parte la narrazione, per poi proseguire, con continui flashback, sino all'illuminazione del Buddha.
È un racconto davvero corale, un grande affresco, quello che traccia Thich Nhat Hanh, dove accanto ai grandi re e alle figure inestricabilmente connesse alla vita di Siddharta - quali i discepoli Ananda a Sariputta, la moglie Yasodhara e il figlio Rahula - campeggiano personaggi oscuri come Svasti, il guardiano di bufali, o apparentemente "condannati" come Angulimala, feroce assassino cui il Buddha si rivolge con queste folgoranti parole: "Anche se ti sei molto addentrato nel mare della sofferenza, voltati indietro, Angulimala, e vedrai la riva".
Leggendo più a fondo ancora, è un racconto che ricorda la struttura del raga indiano (dal sanscrito raga , "colore" o "passione", ovvero un genere musicale che colora la mente dell'ascoltatore con una particolare emozione), il cui complesso labirinto di note finisce sempre per ricondurre a un tema principale. Per Siddharta Gautama questo tema era la via alla pace interiore e alla liberazione , come bene illustra l'episodio del bhikkhu Malunkyaputta, che si ostina a porre a Siddharta questioni metafisiche ed esoteriche, inutili alla pratica: "Malunkyaputta, tu sei come un uomo trafitto da una freccia avvelenata i cui parenti chiamano un medico perché rimuova la freccia e trovi un antidoto al veleno. Ma l'uomo impedisce al medico di curarlo se prima non avrà risposto ad alcune domande: chi scagliò la freccia, a quale casta appartiene, quale la sua professione e perché l'ha colpito. Vuole conoscere il tipo di arco e dove furono trovati gli ingredienti usati nella preparazione del veleno. Quest'uomo, Malunkyaputta, morirà molto prima di aver ricevuto risposta alle sue domande. Lo stesso è per colui che segue la Via.
Io insegno soltanto ciò che serve a realizzare la Via e, ciò che è inutile, non lo insegno. Malunkyaputta, al di là del fatto che l'universo sia finito o infinito, temporaneo o eterno, c'è una verità che devi accettare: la realtà della sofferenza. La sofferenza proviene da cause che possono essere comprese ed eliminate. Ciò che io insegno è utile all'ottenimento del distacco, dell'equanimità, della pace e della liberazione. Ma di ciò che non è utile al conseguimento della Via, io non parlo".
E così, il Buddha parla e riparla delle Quattro Nobili Verità (l'esistenza, la causa, la cessazione della sofferenza, e la via che conduce a questa cessazione) e dei fondamenti del Nobile Ottuplice Sentiero, dalla retta presenza mentale ("Se viviamo con la mente distratta, non sappiamo neppure di essere vivi") alla retta comprensione ("Accettare la vita significa accettare l'impermanenza e l'assenza di un sé. La causa della sofferenza è la falsa nozione della permanenza e di un sé separato"). Perché "la sofferenza non è la vera natura dell'universo", bensì "il risultato del nostro modo di vivere e della nostra errata visione della vita"; "la sofferenza è soltanto una faccia della vita: l'altra è la meraviglia".
Ed è proprio la dimensione della meraviglia a introdurci a una nozione più ampia della comprensione, che non si limita a un aspetto puramente "conoscitivo" ma si estende sino ad abbracciare maitri (l'amore che opera per la felicità degli altri) e karuna (l'amore che opera per alleviare l'altrui sofferenza): la comprensione è amore, l'amore è comprensione.
E al re Pasenadi, che lo interroga sul legame tra sofferenza e amore, il Buddha risponde: "Occorre distinguere tra due diverse sofferenze: la sofferenza inutile, che non fa altro che danneggiare la mente e il corpo, e la sofferenza che alimenta il desiderio del bene altrui e le responsabilità. L'amore fondato sulla compassione ci dà la forze di essere sensibili alla sofferenza altrui, mentre l'amore fondato sull'attaccamento e il desiderio crea soltanto ansia e ulteriore sofferenza. La compassione fornisce l'energia necessaria alle azioni utili e altruistiche. Gran re, la compassione è ciò di cui abbiamo più bisogno! Il dolore che viene dalla compassione è un dolore che fa del bene. Se non condividiamo il dolore di un altro, non siamo pienamente umani".
In chi o in che cosa dovremo quindi prendere rifugio, affinché i preziosi insegnamenti del Maestro non vadano dispersi? Questo è l'interrogativo che assilla i discepoli del Buddha all'avvicinarsi della sua morte. Al quale Siddharta risponde: "Tutti siano una lampada a se stessi. il Buddha, il Dharma e il Sangha sono in ogni persona. Nessuno, neppure un grande maestro, può essere un rifugio più saldo della vostra stessa isola di consapevolezza, delle Tre Gemme dentro di voi. Bhikkhu, prendete rifugio in voi stessi, siate un'isola in voi stessi. Non affidatevi a nulla, e non sarete sommersi dalle onde dell'afflizione e della disperazione. Prendete rifugio nel Dharma, fate del Dharma la vostra isola".
E su questa esortazione si chiude la vita terrena di Siddharta. Il Buddha è da poco entrato nel Nirvana e Svasti, tornando verso casa, solleva lo sguardo al cielo: "Ovunque erano le orme del Buddha. Con ogni passo consapevole, Svasti sapeva di camminare sulle orme del Buddha. Il sentiero del Buddha si apriva sotto i suoi piedi. Nel cielo erano sospese le stesse nuvole che il Buddha aveva guardato. Ogni suo passo sereno riportava in vita l'antico sentiero e le nuvole bianche del Buddha. Il Buddha era come il seme di un poderoso albero della bodhi. Il seme si era aperto per mettere salde radici nella terra. Chi ora guardava l'albero forse non vedeva il seme, ma il seme rimaneva. Non era morto. Era diventato l'albero. Il Buddha era la fonte. Il venerabile Svasti e i giovani guardiani di bufali erano i fiumi che nascevano da quella sorgente. Ovunque si snoderà il loro corso, lì sarà il Buddha".
(Simona Bodo)